I Dizionari

GDLI Battaglia

I. Dati identificativi

Il «dizionario delle meraviglie» (Motolese 2019), il «romanzo della nostra lingua» (Boggione 2024): così è stato definito il Grande dizionario della lingua italiana. Entrambe le espressioni, pur diverse, richiamano enfaticamente due delle proprietà più qualificanti dell’opera: l’ampiezza del lemmario e la straordinaria ricchezza della documentazione su cui si fonda la descrizione delle parole. Attraverso un vastissimo repertorio di attestazioni e citazioni tratte dai testi della tradizione italiana, il vocabolario consente infatti di seguire la vita delle parole nel corso dei secoli e di ricostruirne gli usi e le trasformazioni nel tempo, tracciandone – potremmo dire, forse, narrandone – le vicende e le peripezie nel quadro storico della lingua italiana.

Prima di esaminare più da vicino la struttura e le caratteristiche di questa impresa lessicografica, è opportuno presentarne i dati fondamentali, che costituiscono la sua carta d’identità editoriale, e che verranno ripresi e approfonditi nel seguito.

Titolo: Grande dizionario della lingua italiana
L’opera è comunemente conosciuta con l’acronimo GDLI oppure, per metonimia, come il Battaglia, dal nome del primo ideatore.

Ideazione e direzione: Salvatore Battaglia, Giorgio Bàrberi Squarotti, Edoardo Sanguineti
Il dizionario è fondato e avviato da Salvatore Battaglia, che non ne vede però il completamento. Dopo la sua morte (1971), l’impresa è proseguita e portata a termine sotto la direzione di Giorgio Bàrberi Squarotti. I Supplementi sono infine diretti da Edoardo Sanguineti.

Casa Editrice: UTET (Unione Tipografico-Editrice Torinese)
Storica casa editrice torinese specializzata in opere enciclopediche, scientifiche e di vasta sintesi in diversi campi del sapere, la UTET ha dato alle stampe numerosi strumenti lessicografici di grande rilievo, tra cui il Grande Dizionario Enciclopedico (1933-1939) e il Grande Dizionario Italiano dell’Uso (1999).

Date di pubblicazione: 1961-2002, 2004, 2009
La realizzazione dell’opera ha richiesto oltre quarant’anni di lavoro; a questo lungo arco di tempo, si aggiungono gli anni necessari alla preparazione delle successive integrazioni (2004 e 2009).

Consistenza: 21 volumi, 2 Supplementi e un Indice degli autori citati
Ai ventuno volumi dell’opera principale si aggiungono due Supplementi e un Indice, pubblicato contemporaneamente al primo Supplemento, contenente l’elenco di tutti gli autori citati e relative opere.

Tipo di vocabolario: storico, letterario
Il GDLI è tradizionalmente definito storico perché non si limita a registrare il significato che le parole hanno assunto, nell’uso della lingua, al momento della pubblicazione dell’opera, ma ne ricostruisce lo sviluppo (la storia, appunto) nel tempo. Accanto ai testi letterari, in realtà, il dizionario include anche testimonianze provenienti da altri ambiti della lingua scritta, come testi scientifici, filosofici e giornalistici, oltre a proverbi e modi di dire. Le voci sono infine accompagnate da brevi note etimologiche.

Versione digitale: Grande dizionario della lingua italiana. Prototipo edizione digitale, Accademia della Crusca, 2018: https://www.gdli.it.
L’opera è consultabile gratuitamente in versione digitale sul portale dell’Accademia della Crusca; si tratta di un prototipo, di cui si illustreranno oltre caratteristiche, potenzialità e limiti.

II. Come nasce un “grande” vocabolario? Breve storia dell’opera e del suo fondatore

Il primo volume del GDLI vede la luce nel 1961, ma la sua gestazione inizia circa un decennio prima (intorno agli anni Cinquanta); l’ultimo volume dell’opera principale viene pubblicato nel 2002, i due Supplementi rispettivamente nel 2004 e nel 2009, e la versione digitale – di cui si parlerà poco oltre – è rilasciata nel 2018.

Per capire come nasce un’impresa di questa portata, vale in primo luogo la pena soffermarsi, almeno sommariamente, sulla figura del suo ideatore: per il GDLI, la sosta biografica acquisisce persino maggior rilievo se si considera che, come osserva ancora Valter Boggione (2024), il dizionario rispecchia profondamente la personalità di chi lo ha concepito, divenendone quasi un «ritratto». Si entrerà poi, in punta di piedi, in alcune testimonianze risalenti alla nascita del vocabolario, per seguire infine le vicende dell’opera fino alla sua chiusura definitiva con i Supplementi e l’Indice degli autori.

II.1 Uno scorcio su Salvatore Battaglia

Originario di Catania, Salvatore Battaglia (1904-1971) si forma prima nella città natale e poi a Firenze, dove entra in contatto con l’ambiente filologico e con studiosi di primo piano; a Roma, dove si trasferisce, frequenta i circoli intellettuali raccolti intorno a Giovanni Gentile e collabora all’Enciclopedia italiana. Nel 1938 vince il concorso di Filologia Romanza e approda all’Università di Napoli, dove insegnerà fino alla morte.
La sua personalità si caratterizza per l’eclettismo dei metodi, per la molteplicità degli interessi e per un’inquietudine intellettuale che lo porta a spostarsi progressivamente dalla filologia verso la critica letteraria. Verosimilmente a causa di questa traiettoria non rettilinea, la figura di Battaglia è rimasta in secondo piano nel panorama culturale italiano; il GDLI – l’opera a cui dedicò gli ultimi vent’anni della sua vita – resta il suo lascito più duraturo, e la traccia più evidente del suo percorso di studioso versatile, appassionato e curioso.

Per approfondire #PERSONAGGI:

II.2 La preparazione dell’opera e l’archivio UTET

Come si può immaginare, un vocabolario come il GDLI non nasce dal nulla: ben prima che la lettera A sia vergata su carta, si condividono idee, ripensamenti, progetti.
La storia della preparazione del GDLI è in parte ricostruibile grazie ai materiali conservati presso l’archivio UTET a Torino, che custodisce, tra le sue carte non ancora schedate, testimonianze preziose sulla genesi dell’opera. Tra questi materiali, Francesco Bruni (1992) ha estratto, studiato e pubblicato un carteggio di 135 pezzi, che va dal 25 dicembre 1950 all’8 giugno 1961, comprendente lettere, biglietti e telegrammi scambiati tra Battaglia e Carlo Verde, presidente di UTET, con il quale lo studioso intratteneva un rapporto di profonda amicizia oltre che di collaborazione professionale.
Il progetto nascerebbe da una proposta di aggiornamento del Vocabolario Tommaseo-Bellini, di grande rilievo ma ormai datato poiché risalente alla seconda metà dell’Ottocento; il Battaglia trasforma però l’aggiornamento in qualcosa di completamente nuovo e autonomo. Fin dalle prime lettere emerge la dimensione totalizzante dell’impresa: Battaglia distribuisce il lavoro di spoglio tra i giovani laureati del suo Istituto di Filologia Moderna dell’Università di Napoli, riservando a sé le due operazioni che considera irrinunciabili, cioè la stesura delle definizioni e la selezione delle citazioni.
Il carteggio documenta anche la progressiva, inarrestabile crescita del progetto: quella che nelle prime discussioni con Verde si immaginava come un’opera di quattro volumi da mille pagine ciascuno diventa presto un’opera di sei volumi, poi di otto, fino ai ventuno che oggi conosciamo.
Le lettere restituiscono il ritratto di uno studioso divorato dal proprio lavoro: entusiasta e visionario, ma anche sopraffatto dal peso di un’impresa che, via via che prende forma, rivela tutta la sua smisurata ampiezza. Scrivendo a Verde nel gennaio del 1951, Battaglia confessa: «Temo perfino di diventare un lessicomane. Tutto leggo e medito in funzione del vocabolario»; e due mesi dopo: «Io sono immerso, meglio dire sommerso nella fatica del vocabolario. Non vivo che di questo. A volte mi sembra d’essere diventato un maniaco». Eppure, la fiducia nel valore dell’opera non vacilla: «Ti assicuro che il nostro dizionario diverrà insostituibile e sarà destinato a dominare almeno per un secolo». La fatica trova la sua giustificazione più profonda in una ragione semplice e assoluta, affidata da Battaglia a una lettera del 1956, che ci restituisce l’uomo dietro al vocabolario e che ci invita, di fronte alla monumentalità dell’impresa, a non dimenticarcene: «Tu sai che io lavoro al Dizionario perché l’amo».

Per approfondire #MATERIALI:

II.3 Un passaggio di consegne: l’evoluzione dell’opera fino ai Supplementi e all’Indice

La morte di Salvatore Battaglia nel 1971 all’altezza del VII volume del GDLI non interrompe l’impresa: la direzione passa nelle mani di Giorgio Bàrberi Squarotti, critico, poeta e professore di storia della letteratura italiana all’Università di Torino. Bàrberi Squarotti ha infatti collaborato al progetto fin dalle sue fasi iniziali (comparendo come direttore sin dal volume I) e ne porta a termine la redazione con la pubblicazione dell’ultimo volume nel 2002. Un passaggio di consegne che garantisce continuità di metodo e di impostazione, nel rispetto del progetto originario.
Il vocabolario non si chiude però definitivamente con il ventunesimo volume. Per comprendere le pubblicazioni successive, è utile anzitutto chiarire brevemente cosa si intende, in ambito lessicografico, con il termine supplemento: non si tratta infatti di una semplice appendice, ma di uno strumento che consente di aggiornare e integrare un’opera nel tempo, accogliendo lemmi non registrati nei volumi principali, documentando nuovi significati o usi, e talvolta retrodatando le prime attestazioni già registrate – vale a dire, anticipandole grazie al ritrovamento di testimonianze più antiche. Nel caso di un’opera pubblicata nell’arco di oltre quarant’anni come il GDLI, i Supplementi rispondono anche all’esigenza di colmare le lacune inevitabilmente accumulate nel lungo intervallo tra l’avvio e la conclusione dell’opera principale.
Entrambi i Supplementi del GDLI, quello del 2004 e quello del 2009, sono diretti da Edoardo Sanguineti, poeta, critico e intellettuale tra i più significativi e originali del secondo Novecento italiano. In concomitanza con la prima di queste due pubblicazioni, la UTET correda inoltre l’opera di un ulteriore strumento: l’Indice unificato degli autori citati, curato da Giovanni Ronco, fino a quel momento distribuito per fascicoli separati. Si tratta di un volume di consultazione indispensabile, che consente di risalire da una citazione presente nel dizionario all’opera da cui è tratta, identificandone con precisione edizione, volume e pagina.
Un dettaglio significativo accomuna tutti i volumi dell’opera principale e il primo Supplemento del 2004: ciascuno reca in apertura le stesse quattro epigrafi, tratte da Sant’Agostino, Brunetto Latini, Leonardo e Baldassarre Castiglione, che richiamano il valore e la difficoltà della definizione e il rapporto inscindibile tra parole e pensiero. Il Supplemento del 2009 si distingue invece per un’apertura del tutto diversa. Si tratta di una decima rima composta dallo stesso Sanguineti nel giugno del 2008 e indirizzata agli «Amici della UTET», che celebra con ironia e leggerezza il lavoro lessicografico e i suoi instancabili lettori:

detti & dizioni, con attestazioni,
in abbiccì schierati & etimizzati,
zeta con zzz vi impone conclusioni,
indici ingrassa, però, supplementati:
o voi che i verbicosmi in volumoni,
nomi su nomi nomenclaturati,
avidi neoadamitici a legioni
rodete, tarme & tarli acculturati,
impugnate di addenda qui le menti,
occhiuti & occhialuti, acuti & attenti:

Il cambio di registro rispecchia pienamente la personalità neoavanguardistica del direttore dei Supplementi e segna la chiusura definitiva di un’impresa durata quasi sessant’anni: quella che era nata dal lavoro appassionato e tormentato di un uomo solo e che ora si conclude con una poesia ironica e affettuosa, rivolta a tutti coloro che, «avidi neoadamitici a legioni», continueranno a sfogliarne le pagine.

Per approfondire #PERSONAGGI:

Per approfondire #MATERIALE:

    • Lorenzo Ambrogio, Monica Bardi, Il Grande dizionario della lingua italiana UTET. Un monumento aperto al futuro. Giornata di Studi, 2 novembre 2022, Alessandria, Edizioni Dell’Orso, 2024.
    • Giorgio Bàrberi Squarotti, Una testimonianza sul Grande dizionario della lingua italiana, in «La Crusca per voi», LIV/1 (2017).

III. Criteri di lavoro e di composizione

III.1 Criteri dell’opera principale

Ogni grande opera lessicografica si fonda su scelte precise: cosa includere ed escludere, come descrivere le parole, quali testimonianze ed esempi citare, come ordinarli. Nel caso del GDLI, queste scelte sono illustrate dallo stesso Battaglia nella Presentazione al primo volume (1961). Vi sono enunciati sette principi guida, che si riportano qui sotto, in sintesi:

  1. La qualità della definizione, che deve essere chiara e riconoscibile, capace di spiegare i significati della parola, i contesti e i limiti d’uso.
  2. La distinzione dei significati, per seguire le trasmigrazioni della parola da un ambito culturale, sociale o tecnico a un altro, e in particolare il passaggio dal concreto al figurato.
  3. L’accertamento della testimonianza più antica, vale a dire la prima attestazione conosciuta, non solo per il singolo termine ma anche per i diversi suoi significati e impieghi.
  4. La dovizia delle citazioni d’autore, che mostrano la parola nel suo uso reale.
  5. La completezza della citazione, che deve essere ampia e contestualizzata, non ridotta a semplice esempio isolato.
  6. La continuità cronologica delle testimonianze, per identificare la varia vitalità delle parole (nascita, fasi dello sviluppo, eventuale decadenza).
  7. Il commento etimologico, che richiama brevemente la preistoria del vocabolo e il suo percorso nella storia della lingua.

Questi principi sono rivolti ai fruitori del vocabolario – dunque, al pubblico dei lettori – e non occupano più di due pagine. Trovano però una formulazione più tecnica, lunga e dettagliata nei Criteri di lavoro: un documento interno (perché destinato all’editore e ai redattori), risalente all’alba dei lavori, inviato da Battaglia alla UTET nel marzo 1951, e a cui si affiancheranno in seguito le Auree norme, un fascicolo redazionale con le indicazioni pratiche per i collaboratori. Nei sotto-paragrafi che seguono, queste scelte – ordinatamente accorpate – vengono illustrate attraverso domande che guidano la lettura.

A. Qual è il rapporto tra il GDLI e la precedente tradizione lessicografica?

Battaglia riconosce anzitutto il debito nei confronti del Vocabolario Tommaseo-Bellini (1861-1879), ma è altresì consapevole che quell’opera appartiene ormai a un’altra epoca e a una diversa sensibilità culturale. A circa un secolo dal Tommaseo-Bellini, è insomma necessario rivedere il metodo, rinnovare i criteri, ridefinire il gusto.
Questa scelta di rottura si fonda su una convinzione di fondo: un vocabolario non è mai un’opera oggettiva e impersonale, ma è sempre il prodotto di un’epoca, di una civiltà, di una condizione storica e culturale. Forse la sua mole potrebbe far pensare il contrario, ma il GDLI non nasce con l’ambizione di essere un archivio del passato; piuttosto, vuole essere documento vivo della lingua che si parla, si scrive e si esprime nella realtà contemporanea: quella dell’Italia del secondo dopoguerra.

B. Sinonimi, polisemia, ordine delle definizioni: come vengono definite le parole?

La definizione è il cuore del dizionario: il suo valore si misura anzitutto dalla precisione con cui riesce a individuare i tratti essenziali di ciascuna parola, quelli che la rendono inconfondibile e irriducibile a qualsiasi altra.
Per evitare la genericità, il lessicografo deve ricorrere il meno possibile ai sinonimi per spiegare un vocabolo: ogni parola risponde nella coscienza del parlante a una funzione precisa e insostituibile, e anche due parole che sembrano significare la stessa cosa – gatto e micio (è l’esempio di Battaglia) – rivelano, a uno sguardo attento, usi diversi e sfere linguistiche diverse. La sinonimia perfetta, in altre parole, è un’illusione: meglio non farvi ricorso.
Per le parole che possiedono più significati – e sono la maggioranza, si pone il problema di come ordinare le accezioni. Battaglia scarta sia il criterio storico-cronologico (dal significato più antico al più recente) sia quello logico-intellettualistico, perché entrambi rischiano di disorientare il lettore, costretto a cercare il significato attuale di una parola dopo quelli più antichi e ormai disusati. La scelta è invece quella di partire dall’accezione più viva e diffusa, quella che si presenta per prima alla coscienza del parlante moderno, per risalire poi gradualmente ai significati più rari, più antichi, più specialistici. È una scelta coraggiosa, che risponde coerentemente a una visione che abbiamo già incontrato: il dizionario non deve essere un archivio, ma uno strumento di lingua viva.

C. Quale ruolo hanno le citazioni?

Le citazioni sono, insieme alle definizioni, l’elemento più caratterizzante del GDLI – e la principale ragione per cui Battaglia lo concepisce come un’opera radicalmente nuova rispetto ai suoi predecessori. La scelta è quella di procedere ex novo allo spoglio completo di tutti i classici della letteratura italiana, anche quelli già schedati dalla Crusca e dal Tommaseo: non per riprenderne le citazioni, ma per sostituirle con altre, tratte dalle edizioni critiche più recenti e scelte secondo criteri diversi.
Qual è, dunque, il criterio? Le citazioni non devono essere scelte fra quelle che definiscono la parola (come facevano la Crusca e il Tommaseo), bensì fra quelle che la riattualizzano, che la immergono in un clima stilistico, che la fanno rivivere nella sua individualità. Non serve una citazione che rispieghi la voce già definita; serve un’espressione d’autore che, in un impiego reale, la proietti su uno sfondo di pensiero compiuto e chiaro.
Lo spoglio abbraccia l’intera tradizione letteraria italiana, dalle origini fino agli autori contemporanei, con una scelta significativa: gli scrittori moderni e contemporanei sono accolti con generosa tolleranza perché il dizionario possa rispecchiare il volto della propria età. Accanto alla letteratura, Battaglia include anche le citazioni dalla stampa quotidiana e tecnica (giornali, riviste specializzate, periodici di settore), che consentono al GDLI di documentare la lingua viva della civiltà contemporanea in tutta la sua ampiezza.

D. Quali parole entrano nel dizionario?

Un dizionario della lingua non è un’enciclopedia, e non può né deve aspirare a registrare tutto il sapere specialistico: il criterio di selezione è dunque improntato alla cautela.
Tuttavia, cautela non significa chiusura. Battaglia è consapevole che la lingua del suo tempo si sta trasformando rapidamente: il linguaggio si fa più tecnico, più specifico, più sociale, e accoglie con crescente frequenza termini provenienti da ambiti specialistici – lo sport, il cinema, la vita economica e politica, il mondo industriale e commerciale. Per queste aree lessicali il dizionario adotta criteri più ampi, includendo quelle voci che hanno già guadagnato una risonanza nella coscienza dei parlanti comuni o che sono penetrate nell’ambiente letterario e giornalistico.
Una distinzione fondamentale guida, dunque, la selezione: da un lato i termini strettamente tecnici, destinati ai soli specialisti, che il GDLI non assume di peso e per i quali evita definizioni eccessivamente specialistiche; dall’altro i termini tecnici che stanno uscendo dall’angusta cerchia specializzata e aspirano ad allargare la propria accezione, entrando nell’uso comune. Ogni volta che il dizionario riesce a segnalare questo passaggio, suffragandolo con la testimonianza di un autore, rivela un momento di vitalità linguistica, in cui la lingua si rinnova e si arricchisce.

E. Come viene trattata l’etimologia?

Le voci del GDLI si chiudono in genere con un paragrafo etimologico, collocato in coda al lemma e graficamente distinto dal resto dell’articolo. La scelta di relegarlo in fondo – e non di aprire con esso la voce, come fanno altri dizionari – è coerente con il criterio generale dell’attualità: si parte dal significato vivo e presente, e solo alla fine si risale sinteticamente alle sue origini.
L’etimologia del GDLI non vuole soddisfare una mera curiosità erudita, né ambisce a sostituire un vero e proprio dizionario etimologico. La sua funzione è più modesta e insieme più ambiziosa: completare la storia del vocabolo, facendo intuire quando possibile la sua preistoria, il terreno e le vicende da cui si è mosso, la civiltà e l’ambito particolare da cui deriva. L’etimo viene reso nella sua forma antica – in alfabeto latino o greco – con il proprio significato originario e, quando necessario, con qualche riferimento alla sua particolare provenienza. L’esempio che Battaglia porta nei suoi Criteri è illuminante rispetto ai suoi intenti: considerare deriva dal latino considerare, formato da cum + sidera (‘con’ + ‘stelle’), appartenente all’ambiente sacerdotale e augurale, con il senso di «guardare le stelle per trarne gli auspici».
L’etimologia potrà inoltre contribuire a chiarire i dati cronologici, qualora le citazioni non li rendano espliciti, ed eventualmente il succedersi dei vari significati dello stesso termine, l’influenza di fattori culturali diversi, i contatti con le lingue straniere. Insomma, è inserita nel vocabolario come completamento della voce.

Per approfondire #MATERIALI:

III.2 Criteri dei Supplementi

A differenza dei Criteri di lavoro di Battaglia, i testi introduttivi dei due Supplementi si presentano in forme molto diverse tra loro, e meritano perciò di essere illustrati separatamente.

A. Che cosa contiene il Supplemento del 2004?

Il primo Supplemento è accompagnato da un testo introduttivo di Sanguineti, i Prolegomena, che si distingue nettamente dai Criteri di lavoro di Battaglia per tono e impostazione: non è una guida operativa per il lettore, ma una riflessione teorica e quasi letteraria sul mestiere lessicografico, organizzata in ordine alfabetico, dalla voce Accessus a Zuzzurellone. Sanguineti ragiona, con lo stile aforistico e provocatorio che gli è proprio, su questioni fondamentali come la natura della definizione, il ruolo delle citazioni, il trattamento dei neologismi, delle retrodatazioni, del gergo, dei sinonimi.
Sul piano dei contenuti, il Supplemento del 2004 si concentra prevalentemente sui neologismi e sulle parole non registrate nei ventuno volumi principali, con particolare attenzione alla contemporaneità.

B. Che cosa contiene il Supplemento del 2009?

Il secondo Supplemento è introdotto da una premessa dell’Editore, di tono più tecnico e descrittivo. A differenza del 2004, questo volume amplia il proprio raggio d’azione: oltre ai neologismi, include retrodatazioni (R), nuove accezioni (NA) e nuove locuzioni (NL), adottando un sistema di marche grafiche ispirato al Grande Dizionario Italiano dell’Uso di Tullio De Mauro (verrà inserito link scheda) per rendere immediatamente visibili al lettore le diverse tipologie di aggiornamento.
L’Editore sottolinea inoltre il ruolo rivoluzionario di Internet come strumento di lavoro: la rete ha consentito di verificare la frequenza d’uso delle parole e di retrodatare le prime attestazioni con una precisione che prima era impossibile. Il Supplemento si fonda inoltre in larga misura sull’archivio personale di Sanguineti, costituito da oltre 70.000 schede – ritagli di giornale, passi di romanzi, versi di poesie, brani di articoli giornalistici – raccolte nel corso di decenni di lettura militante, che hanno permesso di inserire nel volume circa 4.500 retrodatazioni.

IV. La versione digitale del GDLI

A partire dal 9 maggio 2019, il GDLI è consultabile gratuitamente in versione digitale sul portale dell’Accademia della Crusca (https://www.gdli.it), che ne ha curato la digitalizzazione in accordo con la UTET. L’impresa costituisce un evento di grandissimo rilievo: un patrimonio di milioni di voci, significati e citazioni, fino ad allora accessibile solo attraverso i volumi cartacei – certo di non facile reperibilità – diventa per la prima volta interrogabile da chiunque, con un semplice dispositivo connesso alla rete.
La versione digitale è definita dalla stessa Accademia un prototipo: uno strumento già prezioso e funzionante, benché ancora migliorabile (la lettura ottica OCR, ad esempio, non è sempre accurata).

Per approfondire #MATERIALI:

IV.1 Come si struttura il portale?

Il portale – che comprende tutti i ventuno volumi dell’opera principale, i due Supplementi e l’Indice degli autori citati – si articola in quattro sezioni principali, accessibili dal menu in alto: Pagina d’entrata, Ricerche, Sala di lettura e Guida alla consultazione.
La sezione Ricerche offre tre diverse modalità di interrogazione del corpus: la ricerca libera estrae tutti i contesti in cui compare una parola cercata; la ricerca in sequenza consente di individuare porzioni di testo, compresi i segni interpuntivi; la ricerca per voce individua automaticamente la pagina di inizio di un dato lemma. I risultati indicano il volume di appartenenza e il numero di pagina, e sono visualizzati con un contesto breve, ma espandibile; da ciascun risultato è possibile accedere alla pagina in formato PDF o facsimile JPG. Dalla stessa sezione è inoltre possibile consultare l’elenco delle forme indicizzate (in ordine alfabetico o per frequenza), l’elenco degli autori citati e quello delle abbreviazioni.
La Sala di lettura consente invece di sfogliare i volumi per immagini, come su uno scaffale digitale. con la possibilità di ingrandire il testo a video (particolarmente utile per i caratteri ridotti dell’edizione cartacea). Ogni immagine è collegata alla trascrizione in formato PDF della pagina corrispondente. Va segnalato che il Supplemento 2009 non appare visivamente nello scaffale della Sala di lettura (un’inesattezza legata allo stadio prototipico del portale: al suo posto, una copia dell’Indice degli autori citati), ma è regolarmente interrogabile attraverso le funzioni di ricerca.

IV.2 Cosa si può fare con il portale?

A. Esempio di ricerca libera e per voce

Si immagini di voler verificare quando e come la parola computer è entrata nell’italiano scritto. La ricerca libera restituisce 358 occorrenze del termine distribuite nei volumi del GDLI, ciascuna con il contesto e il rimando alla pagina: si scopre così che la parola compare già nei volumi dell’opera principale (per la prima volta nel volume XV, all’interno di un titolo de «La Stampa», 1974), a riprova di quanto precocemente il termine si fosse diffuso nell’italiano scritto. La ricerca per voce mostra invece che computer viene trattato come lemma autonomo solo nel Supplemento 2004; negli altri casi la funzione di ricerca – che si comporta come un indice alfabetico e restituisce il punto del dizionario in cui il lemma cercato, se ci fosse, si troverebbe – rimanda semplicemente alle voci circostanti, confermando che la parola non vi è registrata autonomamente.

B. Esempio di ricerca in sequenza

Poniamo di voler ricostruire la storia della locuzione a occhio e croce: la ricerca in sequenza restituisce 19 risultati distribuiti in più volumi. Aprendo il volume III, si scopre che la locuzione è trattata come sottovoce della voce croce e che il suo uso è documentato fin dal Cinquecento: la prima citazione è da Varchi, l’ultima da Bocchelli, e nel mezzo compaiono, tra gli altri, Baldinucci, le Note al Malmantile e Collodi.

V. Come si presenta una voce del GDLI?

Si propone in conclusione l’analisi sintetica di due voci: una tratta dall’opera principale (organizzata su tre colonne di testo) e una dal Supplemento del 2009 (organizzato, come il Supplemento del 2004, su due colonne di testo). L’obiettivo è mostrare concretamente come si articola una voce del GDLI e come cambia la struttura nel passaggio dai volumi principali ai Supplementi.

V.1 La voce amico nel GDLI

La voce amico si presenta in due entrate distinte: amico1, sostantivo (sm., femm. -a, plur. m. -ci), e amico2, aggettivo (agg., plur. m. -ci).

Amico1, sostantivo, si articola in quattro accezioni numerate. La prima, e più dettagliata, descrive chi «è legato da amicizia», e al suo interno raccoglie una lunga galleria di locuzioni composte, ciascuna introdotta da un trattino (–): Amico del cuore («intimo, prediletto»), Amico di casa, di famiglia («che frequenta la casa, che è in amicizia con tutta la famiglia»), Amico d’infanzia («conosciuto dall’infanzia»). Seguono le antiche (Ant.) locuzioni Amico di bonaccia, «che si dimostra amico nella prosperità, ma che si eclissa quando la fortuna muta», e Amico di vetro, «permaloso, che si adombra per cosa da nulla»; poi le locuzioni di uso corrente come Da amico (Ant. Dall’amico, «come si conviene a un amico; scelto, squisito»), con le correlate Dare un consiglio da amico e Servire da amico; e infine proverbi e modi di dire entrati nella tradizione: Amici! («in risposta a chi, dall’interno di una casa, chiede chi ha bussato o suonato alla porta, per essere rassicurato»), Amico di tutti, amico di nessuno («chi vuole essere in buoni rapporti con tutti, ma non ha la confidenza di nessuno»), Dagli amici mi guardi Iddio, che dai nemici mi guardo io («un amico non sincero è più temibile di un nemico»), Chi ha trovato un amico ha trovato un tesoro, Patti chiari, amici cari, Ama l’amico tuo secondo il vizio suo. Una raccolta che trasforma la voce in una piccola antologia della saggezza popolare italiana sull’amicizia.

Le accezioni successive ampliano la panoramica. La seconda descrive il modo familiare, «un po’ ironico», di designare una persona ben nota; la terza – «alleato, sostenitore, fautore; protettore, appassionato, amatore» – allarga il significato fino a comprendere i sostenitori di cause e associazioni; la quarta, indicata come antica, indica «l’uomo amato, la donna amata», designando cioè una relazione amorosa, anche illecita, con rimando al figurato. Un’accezione che rivela quanto il confine tra amicizia e amore fosse, nella lingua antica, talvolta assai più attenuato di quanto non lo sia oggi.

Le citazioni, che si trovano al termine di ogni accezione, sono moltissime, e spaziano attraverso i secoli, muovendo dalla Bibbia a Dante, Petrarca, Boccaccio, Ariosto, Tasso, Leopardi, fino a Cecchi, Croce, Moravia e Deledda; non si limitano a illustrare il significato, ma lo fanno rivivere in contesti memorabili: dall’amico come «nome desiderabile, refugio de l’aversitate, beatitudine sanza abandono» dei Fiori di filosofi alla prima attestazione del notissimo proverbio sopra menzionato, che si scopre di origine biblica: «L’amico fedele è defensione forte; colui che il  trova, trova tesoro».

Amico2, aggettivo, si articola anch’esso in quattro accezioni. La prima, letteraria – «animato da sentimenti amichevoli» – è la più ricca di sfumature, con citazioni che da Dante arrivano fino al novecentesco Saba. L’ultima, antica, registra un uso ormai desueto del termine – «affine» – che rivela però quanto questo conservasse in passato una valenza più ampia, quasi cosmica: Campanella, per esempio, la impiega per descrivere le parti dell’acqua che si stringono l’una all’altra perché «ogni divisione è morte alle cose simili e amiche».

La nota etimologica, introdotta dal segno uguale (=), è collocata in fondo alla sola prima entrata (Amico1), e consiste in un rimando stringato: «Lat. amicus (da amāre)». Un’etimologia che in poche parole chiude il cerchio: l’amico è, semplicemente, colui che si ama.

V.2 La voce amico nel Supplemento 2009

La voce amico nel Supplemento 2009 si presenta in modo assai diverso rispetto all’opera principale, e la differenza è visibile già a colpo d’occhio. La voce è introdotta dalla marca NA (nuova accezione), che segnala immediatamente al lettore che non si tratta di una voce nuova, ma di un’integrazione a quanto già registrato nei volumi principali.

Le (nuove) accezioni sono quattro. Le prime tre consistono in rimandi interni ad altre voci del Supplemento: l’accezione tecnico-linguistica (Ling.) Falso amico (v. Falso); l’aggettivale (Agg.) Telefono amico (v. Telefono); la tecnico-militare (Milit.) Fuoco amico (v. Fuoco).

La quarta accezione, introdotta dalla marca NL (nuova locuzione), è la più articolata: registra la locuzione Amici come prima, amici più di prima («per indicare che un contrasto su una determinata questione non ha conseguenze sui rapporti personali») ed è documentata con citazioni di articoli tratti dalle testate «La Repubblica» e «Corriere della Sera», a conferma della scelta di Battaglia, proseguita nei Supplementi, di documentare anche la lingua viva della contemporaneità. All’interno della stessa accezione, tre locuzioni composte introdotte da trattino: Amico degli amici («nel linguaggio mafioso e, per estens., politico, persona che è diventata influente con l’aiuto di un’organizzazione o di un partito, al quale ci si può rivolgere per chiedere favori»), Amico del giaguaro («chi, anche non volendo, fa gli interessi dell’avversario»), e Amico di penna («persona con cui si crea un legame di amicizia attraverso uno scambio di lettere», calco «dell’espressione inglese pen friend»). Tre espressioni che raccontano momenti precisi della storia e della cultura italiana recente: la stagione della mafia e della corruzione politica, e la corrispondenza epistolare nell’era pre-Internet; quest’ultima testimonianza, a sua volta, della sempre maggiore permeabilità della lingua italiana all’inglese.

A cura di Donatella Martinelli

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