I Dizionari

Zingarelli

Una bussola linguistica da cent’anni a questa parte

A partire dal 1993 il Vocabolario della lingua italiana a tutti noto come lo Zingarelli, a cura di Mario Cannella, Beata Lazzarini e Andrea Zaninello, esce con cadenza annuale (dal 2025, per la precisione, biennale), per seguire il flusso dinamico e inarrestabile della lingua e registrare i mutamenti che in essa avvengono; in quanto fatto sostanzialmente umano, anche la lingua segue un suo ciclo: alcune parole fanno il loro ingresso nel vocabolario, dopo essersi consolidate nell’uso vivo come neologismi, altre si indeboliscono e hanno bisogno di una speciale attenzione, altre, invece, lentamente scompaiono dall’uso, diventando obsolete e, quindi, devono dire addio al loro spazio tra le colonne del vocabolario. Ed è così, dunque, che lo Zingarelli, una vera e propria istituzione nazionale non solo nel campo lessicografico (al punto che l’articolo determinativo è ormai inglobato nel titolo stesso, come una sorta di antonomasia), sfugge senz’altro alla rigidità che molti ancora associano all’immagine del vocabolario come una sorta di prigione o, peggio ancora, di cimitero di parole. Al contrario, la cadenza regolare delle pubblicazioni costringe i curatori a una incessante operazione di aggiornamento che rinnova costantemente la linfa vitale del vocabolario stesso, un vero e proprio organismo vivo, dinamico, come è reso ben evidente dalla vivacità dei progetti grafici scelti per le copertine, affidate negli ultimi anni all’illustratore venezuelano Fernando Cobelo e, nel 2026, al designer e scrittore Riccardo Falcinelli.

  Nella Presentazione redatta dai curatori per l’edizione del 2024 si legge: «In un mondo in rapida evoluzione, lo Zingarelli 2024 vuole continuare a essere per i propri lettori un alleato per orientarsi nel presente, fotografando con oggettività e precisione le parole che lo rappresentano. Nelle sue varie edizioni, il vocabolario si è caratterizzato per chiarezza e leggibilità, per l’apertura alle nuove tecnologie e, allo stesso tempo, per la cura e il rigore filologico nel verificare e tramandare il grande patrimonio storico dell’italiano»; potrebbero forse sembrare, a una prima lettura, parole di prammatica, scritte con le ultime forze dopo l’impegno lessicografico profuso nell’opera di revisione, ma contengono alcuni dei concetti chiave che, da più di cento anni, ispirano l’opera monumentale della compilazione: oggettività, precisione, apertura alle nuove tecnologie e rigore filologico.

La genesi del primo Zingarelli

  Questi quattro concetti, metaforicamente, potrebbero costituire i punti cardinali che hanno guidato, nei primi decenni del ’900, Nicola Zingarelli (1860-1935; per un profilo biografico completo si rimanda alla voce a cura di Massimiliano Corrado per il Dizionario Biografico degli Italiani di Treccani, consultabile al link: https://www.treccani.it/enciclopedia/nicola-zingarelli_(Dizionario-Biografico), dantista di chiara fama e docente di Storia comparata delle letterature neolatine a Palermo, ad acconsentire, non certo senza diverse perplessità, al progetto dell’editore Antonio Bietti di un nuovo dizionario.

  L’anno è il 1911: è passato mezzo secolo dall’unificazione dell’Italia e il Regno è testimone e protagonista di un inaudito fervore, provocato tanto da imprese belliche come la campagna di Libia, quanto dagli estri avanguardisti dei Futuristi, dallo sviluppo della neonata impresa cinematografica e da un generale ottimismo legato all’avanzare delle discipline tecnico-scientifiche. Non bisogna dimenticare, inoltre, l’ampliamento della platea di possibili fruitori di un nuovo dizionario in risposta alle riforme scolastiche di età giolittiana, che portarono alla creazione di licei ‘moderni’ e scientifici’ (senza lo studio del greco i primi, di entrambe le lingue classiche i secondi) e che, con strumenti come la legge Daneo-Credaro, statalizzarono le scuole a partire dalle elementari, assicurandosi al contempo dell’adeguatezza della preparazione culturale e professionale dei maestri.

  È quindi questo l’ambiente culturale in cui nasce il progetto del vocabolario; progetto che, però, tarderà ad essere avviato concretamente. Bisognerà infatti attendere due anni quando, nel 1913, il sodalizio di Zingarelli con l’editore Bietti, ora associato a Ettore Reggiani, prese l’abbrivio, nonostante, a dire il vero, la collaborazione dello studioso pugliese non fosse assidua come da accordi. La situazione migliorò con il trasferimento, per motivi legati alla docenza, di Zingarelli a Milano, quindi più vicino alla casa editrice di Greco Milanese. Siamo ormai nel 1916 e l’anno dopo iniziano a vedere la luce le prime dispense del vocabolario, secondo un metodo di pubblicazione molto frequente nell’Ottocento, in quanto l’uscita a dispense di opere anche imponenti permetteva di contenere i costi e rendere accessibili cultura e istruzione a un pubblico sempre più ampio. I tempi bui della Storia, però, rallentano l’impresa del vocabolario, nonostante l’impegno erculeo del suo compilatore, e la prima edizione in volume unico – che di fatto però raccoglie le dispense – esce solo nel 1922.

  Sono proprio le parole, lucide, razionali, essenziali, scelte da Zingarelli per la prefazione alla sua opera a indicare quale fu la stella polare che lo guidò:

Accettai, dopo molta riluttanza, la compilazione di questo vocabolario, persuadendomi che avrei potuto far cosa utile: e all’utilità del pubblico ho tenuto fissa la mente, proponendomi non già di ammaestrarlo, ma di servire ai suoi bisogni.

  Un’indicazione programmatica di un rigore e di una oggettività che arrivano a superare gli eccellenti vocabolari dell’epoca ricordati dallo stesso Zingarelli, il Vocabolario della lingua italiana di Giuseppe Manuzzi, il Vocabolario universale italiano compilato a cura della società tipografica Tramater e l’imprescindibile Dizionario della lingua italiana di Nicolò Tommaseo e Bernardo Bellini, senza ovviamente dimenticare il contributo del Novo dizionario universale della lingua italiana di Policarpo Petrocchi (citato, nella bibliografia del vocabolario, con la forma dittongata nuovo, in linea con l’indirizzo linguistico anti-fiorentinista dello stesso Zingarelli) e quello della quinta impressione del Vocabolario degli Accademici della Crusca (giunta alla lettera N nel 1914 e destinata ad arenarsi, qualche anno più tardi, nel 1923, alla O).

La novità dello Zingarelli: l’attenzione alla lingua tecnico-scientifica

  L’essenza innovativa dello Zingarelli – che riprende e amplia l’intuizione che già era stata abbozzata da Vincenzo Monti (nella Proposta di alcune correzioni ed aggiunte al vocabolario della Crusca), e fatta propria a pieno titolo dal Vocabolario universale italiano del Tramater e dal Dizionario universale critico, enciclopedico della lingua italiana di Francesco d’Alberti di Villanuova –  risiede nella straordinaria attenzione che il lessicografo ha dedicato ai termini appartenenti al lessico specifico delle nuove discipline tecniche e scientifiche (per i quali, per la prima volta, viene riportata anche l’etimologia) arrivando a comprendere, senza pregiudizio alcuno, quelli dei nuovi costumi e delle nuove abitudini della società. Del resto, il rigore classificatorio del geologo, dello zoologo o del chimico non è così dissimile da quello del lessicografo o del filologo. Ed è proprio a questo scopo che Zingarelli, che in questo senso sembra ereditare l’aspirazione enciclopedica della tradizione settecentesca, raduna attorno a sé una vera e propria équipe di specialisti – tutti rigorosamente ricordati e ringraziati nella Prefazione – delle varie discipline, della cui qualificata collaborazione si avvale per le definizioni delle voci tecniche. Fanno quindi il loro primo ingresso in un vocabolario termini ed espressioni come ammarare, anticorpo, cemento armato, scaldabagno, che ottengono la loro ‘promozione’ a lemma di vocabolario dopo il loro ingresso e la loro presenza stabile all’interno di pubblicazioni di settore.

Lasciamo che siano, ancora una volta, le parole prefatorie di Nicola Zingarelli, a illuminarci:

È sempre avvenuto che le scienze mediche, fisiche e chimiche abbiano creato nuove parole o dato nuovo significato alle vecchie; ed è ben naturale che negli odierni mutamenti e progressi di esse, e della biologia, tutta una massa di parole nuove siasi aggiunta e altrettanta ne sia invecchiata e oscurata. Se in questi mutamenti e progressi l’Italia ha pur la sua onorevole parte, maggiore, naturalmente l’hanno tutt’insieme le altre nazioni civili. Persino i giuochi e i divertimenti risentono di questa rinnovazione, e superfluo è parlare delle fogge e delle mode. Dolersi di una specie d’inondazione di cosiddetti neologismi, che parole straniere siano così penetrate facilmente nella nostra lingua, sarebbe come dolersi che il nostro grande paese partecipi a quel che fa il mondo per viver meglio, conoscer di più e cooperare a un comune benessere. C’è un vero e proprio vocabolario internazionale dei popoli civili.

Parole, queste, che risuonano come un inno alla costruzione di una società che, superato il dramma della Grande Guerra, possa proiettarsi in un futuro di civiltà e solidarietà; in questa prospettiva illuminata, allora, anche un vocabolario diventa strumento di definizione di una realtà culturalmente cosmopolita, aperta, curiosa. Rivelatrice del pensiero lessicografico di Nicola Zingarelli pare essere la scelta di dedicare una definizione molto più ampia alle voci del lessico tecnico-scientifiche rispetto a quelle, invero molto laconiche, del lessico comune.

Un esempio: la voce amore

Proviamo a osservare, per esempio, come viene vinta la sfida rappresentata dalla definizione di un termine complesso come amore:

Si notano innanzitutto due nuclei di significato distinti che portano a due lemmi amore: il primo indica, ovviamente, il concetto più astratto di «Moto affettuoso e benevolo, Inclinazione dell’anima verso persona o cosa»; vengono poi illustrate le diverse declinazioni del sentimento amoroso, da quella erotico-passionale, all’amore filiale, alla tensione religiosa, all’amore inteso come impegno e dedizione verso una causa, come quella della patria, per esempio; di seguito sono proposte le locuzioni più frequenti, come amore platonico, per amor di Dio e anche un, inaspettato per Anni ’20, amore lesbico; infine i derivati per alterazione della voce amore, con relativi significati. Un lemma, quindi, al contempo razionale e sintetico, che non presenta alcuna citazione di autore, che delimita in modo preciso una voce alla quale invece, per esempio, il Tommaseo-Bellini dedica ben sedici paragrafi, arricchendo quindi il lemma di locuzioni, sfumature semantiche e impieghi, d’uso e letterari; il confronto, ovviamente, vale in termini molto generali: non si dimentichi, infatti, che lo Zingarelli nasce come vocabolario sincronico, mentre il Tommaseo-Bellini come compilazione di carattere storico. Zingarelli, quindi, preferisce isolare un secondo nucleo semantico per la voce amore, e infatti il secondo significato è dedicato alla personificazione dell’amore, con ripresa del mito classico e immagine didascalica di chiosa e accompagnamento; accezione che nel Tommaseo-Bellini è invece ricompresa nell’unico lemma amore, dove vengono menzionati anche gli Amori, con ovviamente il consueto supporto di citazioni letterarie. Peculiare, inoltre, il differente zelo definitorio profuso dalle due compilazioni per illustrare l’impiego botanico del termine amore, che viene utilizzato in riferimento a un’erba perenne di provenienza afgana, di cui lo Zingarelli descrive minuziosamente colore, profumo e impiego come pianta ornamentale, mentre il Tommaseo-Bellini preferisce darne un’informazione più generica, precisando però la fonte cui eventualmente attingere per un’analisi più particolareggiata. Assente nella compilazione della seconda metà dell’Ottocento, probabilmente perché oggetto di arredo più recente, l’accezione di amore come «canapè fatto ad S. con due posti».

  L’esempio proposto vuole rendere conto della diversa impostazione dei due vocabolari a proposito di una voce che certo rappresenta una non semplice sfida definitoria: interessante notare, si crede, come a fronte dell’onnicomprensiva voce del Tommaseo-Bellini, che usa la numerazione progressiva dei paragrafi per addentrarsi sempre più nello scavo semantico della voce, Zingarelli opti invece per l’individuazione di due nuclei, il primo, senz’altro più corposo, per delineare le sfumature del concetto astratto di amore, il secondo, invece, dedicato agli impieghi metaforici del termine, usato per riferirsi a elementi più concreti, dalle figure della mitologia che personificano il sentimento amoroso, fino a erbe e arredi di design. Si è detto, prima di procedere con la comparazione dello Zingarelli e del Tommaseo-Bellini, che si tratta di vocabolari di natura diversa e nati per scopi diversi; consultando quindi una compilazione sempre tardo-ottocentesca, ma più affine allo Zingarelli per caratteristiche e destinatari, si potrebbe svolgere un paragone con il Novo vocabolario della lingua italiana secondo l’uso di Firenze (1870-1897) di Giovan Battista Giorgini ed Emilio Broglio, nato sotto l’egida manzoniana (Giorgini era suo genero) e destinato però a non imporsi, vuoi per il passaggio da Firenze a Roma della capitale dello Stato unitario, vuoi per le difficoltà che la proposta linguistica manzoniana di una stretta osservanza del fiorentino parlato incontrò da parte tanto dei locutori quanto di linguisti, scrittori e intellettuali. Trattandosi, in ogni caso, di vocabolario dell’uso (sebbene non compaia citato nella bibliografia minima di riferimento riportata da Nicola Zingarelli), vale la pena consultare la voce amore: come nel caso del confronto con il Tommaseo-Bellini, la differenza è profonda. Il Novo vocabolario suddivide il lemma in 24 paragrafi, fornendo le diverse accezioni del sentimento amoroso, un elenco esaustivo di locuzioni idiomatiche, con relativa esemplificazione, e una serie di proverbi; mancano, invece, i riferimenti, più tecnici, alla botanica e all’arredo. Per completezza, ora, diamo un’occhiata al lemma amore dello Zingarelli 2024: di nuovo una definizione abbastanza sintetica, strutturata in dodici accezioni, che seguono a grandi linee il percorso definitorio già tracciato nel 1922, con diversi esempi (e un rimando al prefisso eroto- per ampliare il lessico) e nemmeno una citazione letteraria; rimangono, nella parte conclusiva del lemma, l’aggancio alla mitologia classica e il riferimento alla botanica, mentre scompare – segno dei tempi – la menzione dell’ormai demodé canapè, a vantaggio invece di «una delle figure nel gioco dei tarocchi». Mancano, è vero, le citazioni letterarie (come scegliere, del resto, anche solo limitandosi a Dante o Petrarca?), ma viene inserita una definizione d’autore, affidata a Eva Cantarella, che propone uno spunto di riflessione sulla precisione definitoria dell’amore nel mondo greco, concludendo con una citazione da Saffo (colei a cui così tanta parte della lirica amorosa si deve): «Eros mi squassa l’anima come vento che al monte su le querce si abbatte»; viene di seguito proposto, a ulteriore arricchimento della voce, un approfondimento sulle sfumature di significato, che offre utili spunti di riflessione sulle distinzioni semantiche e sui contesti d’impiego tra amore, passione, adorazione.

Le illustrazioni del primo Zingarelli

  Tornando al primo Zingarelli, l’esempio proposto si è rivelato particolarmente utile anche per sottolineare una delle sue innovazioni principali, la presenza di tremila illustrazioni – incise su legno dal pittore romano Pietro Crocicchia – che corredano le voci della compilazione, in particolare quelle dei termini tecnici o specialistici, non solo per rafforzarne l’autorevolezza, ma anche per consentirne una comprensione chiara e capillare, che permetta ai lettori del vocabolario di fare propri, e quindi integrare nell’uso quotidiano, tali voci.

La struttura del lemma

  Meno user-friendly, come si direbbe oggi, invece, la struttura ‘a calamita’ dei capolemmi, come si può di seguito osservare: se per esempio un utente avesse voluto cercare la voce telefono, non l’avrebbe trovata come lemma autonomo, ma avrebbe dovuto ricercare il prefisso tele- che, come si vede, dopo un piccolo spazio tipografico riporta in grassetto -ferica (della quale viene fornita una precisa illustrazione iconografica) e, all’interno del lemma, in ordine alfabetico, gli altri composti, tra cui, appunto, anche tele-fono. Questo raggruppamento di parole rimarrà fino all’undicesima edizione (1983), anche se già a partire dalla decima (1970) si decise perlomeno di riportare tutti i derivati per esteso, rendendo la ricerca più agevole.

  L’impostazione dei capilemma dimostra come sia al contempo un vantaggio e una difficoltà, per i compilatori delle edizioni successive alle prime curate da Zingarelli, lavorare su un vocabolario già esistente e non partire dalla pagina bianca: un vantaggio, indubbiamente, in quanto la ‘materia prima’ lessicografica, per così dire, è già esistente; una difficoltà, invece, per la necessità di sottoporre l’opera a periodiche e profonde operazioni di revisione per adattare il vocabolario alle necessità di tempi e utenti nuovi, lavorando a più livelli e tenendo ovviamente in considerazione il fatto che il vocabolario è un organismo in cui tutto si tiene, tutto è interdipendente e nessuna modifica ‘è un’isola’, ma può incidere su altri punti della compilazione.

Le marche d’uso e la loro evoluzione

  Un aspetto dell’eredità delle più recenti edizioni dello Zingarelli dalla rivoluzionaria impostazione del lessicografo di Cerignola è l’importanza delle marche d’uso, un sistema di ‘etichette’ – perfezionate da Tullio de Mauro nel Grande Dizionario Italiano dell’Uso (GRADIT), che guidano l’utente a delimitare il contesto espressivo di una determinata voce, e che possono fornire anche preziose indicazioni diacroniche, soprattutto se si ha la possibilità di confrontare i cambiamenti nelle assegnazioni delle marche d’uso in edizioni diverse: interessante in questo senso la triade di marche d’uso volgare, popolare e familiare, cui si è poi aggiunto colloquiale (e, all’opposto, disusato), per segnalare il delicato passaggio, nell’uso, da voci prima percepite come popolari e successivamente come solo di registro informale. In questo modo, nella decennale operazione di revisione successiva all’edizione del 1994, per traghettare lo Zingarelli verso le edizioni millesimate (a cadenza annuale) degli Anni Duemila, una voce come cazzotto, in precedenza marcata come volgare per la sua etimologia, è divenuta popolare nel 2010 e colloquiale nello Zingarelli 2024; sfiga da volgare è passato a colloquiale, mentre diavolino nel senso di ‘bigodino’ è divenuto ormai disusato.

Le icone, dalla prima edizione a quelle più recenti

  Fino alla nona edizione, quella del 1965, lo Zingarelli ha conservato, sempre a proposito dell’eredità dalle prime edizioni, l’uso di icone, talvolta anche sofisticate, per rappresentare le varie marche d’uso. Ecco quelle della prima edizione del 1922, mentre nelle edizioni degli ultimi anni non è nemmeno più presente una tavola riservata alle marche d’uso, bensì si è optato per una tavola generica valida per tutte le abbreviazioni usate.

Tra le icone che rimangono, invece, bisogna almeno ricordare il trifoglio, per segnalare i termini che rischiano l’oblio (come abbacinare, desueto, mesto, soave) e la cui perdita rappresenterebbe un impoverimento del patrimonio lessicale personale e collettivo; l’icona dell’alberello, invece, segnala le etimologie (ambito di cui si occupa soprattutto Pasquale Stoppelli) da ricordare, quelle più peculiari, inaspettate, curiose o poetiche, che permettono di comprendere in modo ancora più profondo il significato e l’evoluzione della voce (come accade per attonito, compagno, slogan, yoga).

Uno sguardo alla cronologia

  La grande avventura lessicografica dello Zingarelli si può ripercorrere a grandi balzi grazie a questa sintetica cronologia, che si conclude con il 1993, anno a partire dal quale il vocabolario è uscito con cadenza annuale; dal 2025, invece, si è scelto di biennalizzare l’uscita del vocabolario (nel maggio 2025 è uscita l’edizione datata già 2026, nel maggio 2027 uscirà lo Zingarelli 2028 e così via).

  Dal 1993, quindi, si procede con l’edizione millesimata (una nota curiosa: se si cerca sullo Zingarelli il significato di questo aggettivo, si ritrova una sorta di ‘metadefinizione’: «detto di prodotto editoriale che viene rinnovato ogni anno: l’edizione millesimata dello Zingarelli»), che ebbe, purtroppo, anche qualche detrattore in chi, per esempio, accusò la casa editrice di inserire neologismi ‘meteore’ solo con finalità commerciali. A queste critiche, però, risponde con la solidità dei dati il lessicografo Mario Cannella, che per decenni si è occupato dello Zingarelli, iniziando la sua carriera molto lontano dall’Italia, in Cina, dove si è occupato del Dizionario Italiano-Cinese, per poi entrare in contatto con l’universo Zingarelli, dedicandosi prima alla revisione dello Zingarelli minore, poi alla redazione del Primo Zingarelli e infine, all’inizio degli Anni ’90, allo Zingarelli maggiore.

A tu per tu con Mario Cannella: la giornata del lessicografo

  Il lessicografo, che tiene a essere chiamato così, e non lessicologo, a proposito dei neologismi, è molto chiaro: se si consultano i neologismi inseriti nelle varie edizioni millesimate, sarà molto difficile trovarne di datati all’anno precedente (dal 1999 sono state aggiunte le datazioni delle voci); già questo dato oggettivo, quindi, smonta le critiche mosse all’impresa, ma Mario Cannella si addentra ulteriormente nel dibattito sui neologismi (tema, peraltro, già molto caro a Nicola Zingarelli) e, al contempo, ci permette di conoscere un po’ più da vicino il cantiere di lavoro di un vocabolario. Anzitutto è bene distinguere tra neologismi lessicali (ossia l’aggiunta di un lemma prima assente) e neologismi semantici (quando, cioè, una voce già esistente si carica di una nuova accezione); di là da questa distinzione, però, la valutazione dell’ingresso o meno di un neologismo nel vocabolario è operazione che richiede grande sensibilità lessicografica. Il lessicografo, infatti, non deve porsi come un giudice severo e infallibile, ma come un osservatore partecipe, che ricerca quanto davvero un particolare neologismo si sia imposto in modo stabile nell’uso e quanto esso sia divenuto essenziale nella comunicazione quotidiana. Anzi, lo stesso Cannella confessa di essere stato spesso scettico nei confronti di diversi neologismi (come per esempio la voce gattile) e, soprattutto, di inserimenti di termini peculiari dei linguaggi tecnici, che per il lessicografo rasentavano l’enciclopedismo, mentre per Lorenzo Enriques, fisico di formazione, ma anche amministratore delegato di Zanichelli e fine appassionato di lessicografia, erano voci importanti da inserire poiché, visti i sempre più rapidi progressi delle tecnologie, sarebbero presto entrati nell’uso quotidiano, come possiamo noi stessi constatare con il lessico dell’informatica. Per questo, quindi, il lessicografo, che talvolta può partire anche da segnalazioni di singoli utenti, deve procedere a una certosina operazione di ricognizione linguistica utilizzando i principali motori di ricerca e analizzando le occorrenze su siti e blog attendibili e autorevoli (come, sempre nel caso della voce gattile, siti di istituzioni pubbliche), che possono certificare l’uso presso un pubblico colto e per colto Mario Cannella intende, per la società contemporanea, informato. Custodi e diffusori del lessico sono sempre più, oggi, i giornalisti, e proprio per questo, come spiega Cannella, la giornata del lessicografo inizia leggendo i giornali («Corriere della Sera», «La Stampa», «la Repubblica», gli inserti del fine-settimana del «Foglio»), ma anche ascoltando la radio, la televisione, le voci dei passanti, leggendo, guardando un cartellone pubblicitario. La lingua, infatti, è dei parlanti ed è al loro servizio che lavora il lessicografo – riecheggiano ancora le parole di Nicola Zingarelli, che non aveva altro scopo che di essere utile alle esigenze comunicative dei suoi lettori – che si annota quotidianamente, e riordina settimanalmente, le parole più interessanti, per controllare che già non siano registrate nel vocabolario e approfondirne lo studio per valutare se proporle o meno per l’ingresso nella compilazione.

  E quindi, come lavora un lessicografo? Una parte del lavoro è appena stata descritta, resta poi la parte di revisione costante e continua del vocabolario, sulla base delle decisioni prese durante la riunione annuale. L’operazione più imponente di revisione dello Zingarelli è stata quella, durata complessivamente circa una decade, iniziata nella seconda metà degli Anni Novanta, che ha portato alla rilettura di circa 400 pagine all’anno per eliminare alcune incrostazioni ereditate dalle prime edizioni. Gli strumenti utilizzati in questo caso sono stati la LIZ (Letteratura Italiana Zanichelli, arricchita fino a ospitare 1000 opere letterarie italiane) e il CIZ (Corpus Italiano Zanichelli che, oltre a contenere le opere della LIZ, contiene anche intere annate di quotidiani e riviste), oltre ovviamente ai vocabolari storici, come il Grande Dizionario della Lingua Italiana, e ai motori di ricerca online, tra cui, naturalmente, anche Google Libri, oggi molto utile, fino alle opere del Settecento, per lavorare sulle eventuali retrodatazioni delle voci. Quanto al canone letterario, anch’esso deve essere aggiornato, come spiega un altro dei curatori, Andrea Zaninello, per dare accoglienza ad autori, non più viventi, che abbiano ricevuto riconoscimenti mondiali come il premio Nobel o che abbiano contribuito in modo significativo alla lingua e alla cultura italiana: recentemente, pertanto, sono stati aggiunti ai ‘citati’ Gianni Rodari, Alda Merini e Antonio Tabucchi e verrà prossimamente aggiunto anche Stefano Benni.

  La revisione del vocabolario, però, richiede uno scavo ancora più dettagliato: come si è già visto, si lavora sulle marche d’uso, per confermarne o modificarne l’associazione ai termini; si riflette sullo stile delle definizioni, che non deve rischiare di essere più complesso della parola da definire (come spesso avviene quando agli specialisti del settore si affidano le definizioni dei termini tecnici); si eliminano gli strascichi della cosiddetta circolarità lessicografica, per cui per esempio in precedenza una voce come trasformazione poteva essere definita come «atto o effetto del trasformare», mentre oggi si legge: «il trasformare, il trasformarsi | mutamento di forma, di aspetto, di modo di pensare e sim.»; vengono eliminate formule definitorie ambigue, come qualità di, sostituita con caratteristica (dal momento che qualità, oltre che caricarsi di una patina quasi filosofica, è termine generalmente associato a valori positivi, mentre caratteristica funziona meglio come vox media); si abbattono gli stereotipi eventualmente presenti negli esempi o nelle definizioni (per esempio per definire la voce coppia si fa genericamente riferimento a «due persone», senza specificare se di sesso diverso, come nelle edizioni più datate, o meno). Tutti questi interventi, seppur minimi, inevitabilmente intaccano l’organismo intero del vocabolario, dove, come si è già detto, tutto si tiene, tutto è interconnesso e interdipendente: per questo i curatori hanno a loro disposizione un motore di ricerca interno che permette loro di operare ricerche precise attraverso gli operatori booleani.

Per concludere

  Prima di concludere questa scheda di presentazione del vocabolario vale la pena riassumere le caratteristiche distintive delle più recenti edizioni dello Zingarelli: si sono già menzionate le parole da salvare, le etimologie da ricordare, le sfumature di significato, le definizioni d’autore; si aggiungano allora anche le note linguistiche e grammaticali, che segnalano le forme improprie da evitare e quelle corrette da utilizzare (Wi-Fi, per esempio è maschile o femminile, come talvolta capita di sentire? Maschile, come segnalato dalla spiegazione, sottolineata in azzurro chiaro, relativa all’uso degli articoli); le tabelle di nomenclatura (come, per esempio, per il lemma bocca, in seguito al quale si trova un approfondimento sulle caratteristiche che una bocca può avere, sulle parti anatomiche che la costituiscono, sui suoi movimenti, funzioni, azioni e sui termini medici ad essa riferiti); ultima ma non ultima per importanza, e ulteriore segno del costante aggiornamento del vocabolario, la possibilità di fruirne in modo digitale, sia su dedicata piattaforma online sia tramite app scaricabile sui propri dispositivi, fino a un anno dall’acquisto del volume cartaceo (il costo di copertina, infatti, comprende anche l’espansione digitale).

  Un vocabolario, lo Zingarelli, che ha quindi superato il secolo e, come si suol dire, non dimostra la sua età; ha saputo raccogliere e vincere le sfide dei tempi – e resta ancora da valutare l’impatto delle intelligenze artificiali nei confronti di questi monumenti lessicografici – e ha saputo mantenere integra la fiducia degli utenti, con la consapevolezza che la parola, ma anche il pensiero, il logos dei Greci (che infatti è sia parola sia pensiero), rimangono i più grandi strumenti di libertà e democrazia: ed ecco allora che il vocabolario, digitale o cartaceo che sia, diventa l’alleato migliore del cittadino consapevole del nuovo millennio.

A cura di Sabina Ghirardi, con uno speciale ringraziamento al dott. Mario Cannella, che ha dedicato una mattina del suo tempo a raccontare la sua esperienza e descrivere la quotidianità del lessicografo, e al dott. Andrea Zaninello, che telefonicamente si è reso disponibile a illustrare alcuni dettagli tecnici del lavoro lessicografico.

Bibliografia minima di riferimento:
Mario Cannella, Idee per diventare lessicografo. Cambiare il vocabolario dell’italiano che cambia, Bologna, Zanichelli, 2010.
Massimo Fanfani, Dizionari del Novecento, Firenze, Società Editrice Fiorentina, 2019.

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